La violenza estrema non inizia quasi mai con un gesto.
Inizia prima, molto prima, con uno sguardo che cambia, con una parola che scivola, con un confine morale che viene spostato di poco. Inizia quando l’altro smette di essere percepito come pienamente umano.
Disumanizzare non significa necessariamente negare l’esistenza di qualcuno. Spesso è qualcosa di più sottile: ridurlo a una categoria, a una funzione, a una minaccia. Trasformarlo in “nemico”, “problema”, “massa”. Quando accade, infliggere sofferenza diventa più facile, giustificabile, persino necessario.
L’umanità, al contrario, non è un sentimento spontaneo né una virtù astratta. È una pratica. Richiede sforzo, attenzione, disciplina. Perché gli esseri umani non sono solo capaci di empatia: sono anche capaci di violenza, crudeltà, indifferenza. Ed è proprio per questo che l’umanità ha bisogno di essere esercitata, non solo proclamata.
Disumanizzare abbassa le inibizioni morali. Allenta i limiti interiori che normalmente impediscono di fare del male agli altri. Quando questi limiti cadono, la violenza non appare più come un’eccezione, ma come una risposta possibile, a volte persino doverosa. Le vite iniziano a pesare in modo diverso. Alcune contano, altre meno.
Il linguaggio gioca un ruolo decisivo in questo processo. Le parole non descrivono soltanto la realtà: la costruiscono. Quando le persone vengono raccontate come animali, parassiti, oggetti o minacce astratte, la distanza cresce. E più cresce la distanza, più diventa semplice colpire senza guardare in faccia, decidere senza ascoltare, distruggere senza sentire. Anche la distanza fisica contribuisce. Colpire da lontano, senza vedere il volto dell’altro, senza incrociarne lo sguardo, rende la violenza più sopportabile. L’altro diventa un bersaglio, non una persona. Un punto su una mappa, non una vita concreta.
Ma la disumanizzazione non è solo il risultato di parole violente o atti brutali. Può essere anche silenziosa, amministrativa, strutturale. Quando una persona non esiste più nei registri, nei documenti, nei sistemi di riconoscimento, la sua umanità diventa fragile. Senza identità giuridica, senza diritti esercitabili, l’essere umano rischia di scivolare ai margini dell’umano, pur restando tale in senso pieno.
In questi contesti, l’umanità ha bisogno di argini. Regole, limiti, principi che ricordino che anche nella violenza esistono confini. Che non tutto è lecito. Che non tutto è giustificabile. Che alcune soglie, se superate, non distruggono solo le vittime, ma anche chi le supera.
Praticare l’umanità significa resistere alla semplificazione. Significa rifiutare l’idea che esistano vite sacrificabili per definizione. Significa non confondere la responsabilità con la disumanizzazione, il giudizio con l’annientamento morale dell’altro.
Non è una posizione comoda. Non è una posizione che genera consenso facile. Ma è una posizione necessaria, soprattutto quando il mondo sembra chiedere di scegliere una parte, una bandiera, un nemico.
Praticare l’umanità, oggi, significa restare in questo spazio scomodo. Uno spazio in cui non ci si schiera contro le persone, ma non si smette di riconoscere limiti, regole e responsabilità. Uno spazio in cui l’essere umano resta tale, anche quando tutto spingerebbe a negarlo.
Fonte di ispirazione:
Questo articolo è ispirato ad un contributo accademico di Natalie Deffenbaugh dal titolo “De-dehumanization: Practicing humanity” pubblicato sull’International Review of the Red Cross (Aprile 2024)
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