Quando i civili entrano nella guerra digitale: il diritto umanitario alla prova del cyberspazio

La guerra contemporanea non si manifesta più soltanto attraverso armi convenzionali, truppe schierate e territori occupati. Sempre più spesso si sviluppa nel dominio digitale, attraversando reti informatiche, infrastrutture civili, servizi essenziali e dispositivi di uso quotidiano. In questo spazio, che molti continuano a percepire come distante o “meno reale”, i civili entrano nel conflitto con una facilità senza precedenti. Talvolta lo fanno consapevolmente, aderendo a iniziative di hacktivismo o supportando una delle parti in guerra; altre volte vi sono trascinati senza una reale percezione delle conseguenze, semplicemente utilizzando strumenti digitali messi a disposizione da attori statali o non statali.

Il coinvolgimento dei civili nelle operazioni cibernetiche rappresenta uno dei cambiamenti più delicati della guerra contemporanea, perché incide direttamente su uno dei pilastri del diritto internazionale umanitario: la distinzione tra civili e combattenti. Questa distinzione non è simbolica, né teorica. È ciò che consente, in linea di principio, di proteggere la popolazione civile dagli effetti diretti delle ostilità. Quando essa si indebolisce, l’intero sistema di protezione entra in crisi.

Nel diritto internazionale umanitario i civili sono protetti contro gli attacchi. Tuttavia, questa protezione non è assoluta. Essa viene meno quando e per il tempo in cui un civile partecipa direttamente alle ostilità. Questo principio, valido da sempre nei conflitti armati tradizionali, trova oggi una declinazione nuova e complessa nel cyberspazio. Un civile che conduce un’operazione informatica in grado di incidere sulle capacità militari di una delle parti in conflitto, che supporta direttamente un’azione bellica o che fornisce un contributo operativo immediato, può perdere la protezione contro l’attacco, pur restando formalmente un civile.

È un passaggio cruciale, spesso ignorato nel dibattito pubblico. La perdita di protezione non è una sanzione e non ha nulla a che vedere con la colpevolezza penale. È una conseguenza giuridica legata alla necessità militare: se un individuo contribuisce direttamente alle ostilità, diventa, per quel tempo, un potenziale obiettivo. Nel dominio digitale, però, questa soglia è difficile da comprendere e ancora più difficile da individuare nella pratica. Il rischio è che civili convinti di “non fare nulla di pericoloso” si espongano inconsapevolmente a conseguenze gravissime.

Le analisi più recenti evidenziano che un civile perde la protezione solo se sono soddisfatti contemporaneamente tre criteri: l’atto deve essere in grado di causare un danno concreto alle operazioni militari o alle persone protette; deve esistere un nesso diretto tra l’atto e il danno; e l’azione deve essere compiuta a sostegno di una parte in conflitto e a detrimento dell’altra. Quando questi elementi si combinano, anche un’operazione informatica apparentemente “immateriale” può essere considerata partecipazione diretta alle ostilità, con la conseguente perdita della protezione contro l’attacco, limitata però alla durata dell’azione stessa.

Questo punto è particolarmente rilevante perché, nel cyberspazio, molte attività si collocano in una zona grigia. La raccolta e la condivisione di informazioni, l’uso di applicazioni che segnalano movimenti militari, il supporto tecnico a infrastrutture utilizzate dalle forze armate possono, in alcune circostanze, superare la soglia della partecipazione diretta. In altre, restano invece attività civili lecite. La distinzione non è intuitiva e non può essere lasciata all’improvvisazione.

Da qui emerge con forza un’esigenza che il dibattito pubblico tende a sottovalutare: la formazione dei civili. Le regole del diritto internazionale umanitario applicate al cyberspazio non sono conoscenze di senso comune. Richiedono comprensione dei principi di distinzione, proporzionalità e precauzione, ma anche consapevolezza dei rischi personali. Un civile che non conosce questi limiti non solo rischia di causare danni alla popolazione, ma rischia anche di perdere inconsapevolmente la protezione che il diritto gli garantisce.

Il problema non riguarda solo gli individui isolati o gli hacker improvvisati. Gruppi organizzati, collettivi di hacktivisti e persino dipendenti di aziende tecnologiche possono trovarsi coinvolti in attività che li avvicinano alle ostilità. Anche in questi casi, la regola resta la stessa: finché non partecipano direttamente alle ostilità, sono protetti; quando lo fanno, la protezione viene meno, seppur temporaneamente. L’incertezza su questo confine aumenta il rischio di errori di valutazione da parte di chi attacca e accresce la probabilità che civili vengano colpiti per percezione errata o per eccesso di cautela militare.

Accanto alla responsabilità individuale, esiste una responsabilità evidente degli Stati. Gli Stati hanno l’obbligo di rispettare e far rispettare il diritto internazionale umanitario. Questo significa, nel contesto digitale, non solo evitare di incoraggiare i civili a partecipare alle ostilità, ma anche informarli dei rischi e delle conseguenze giuridiche delle loro azioni. Promuovere il coinvolgimento diffuso della popolazione in attività digitali legate alla guerra senza un’adeguata informazione equivale ad aumentare deliberatamente il rischio per i civili stessi.

Le analisi più recenti sottolineano che gli Stati dovrebbero adottare misure concrete di prevenzione: diffusione di informazioni accessibili, avvertimenti chiari, strumenti di formazione di base sul diritto umanitario applicato al cyberspazio. Non si tratta di trasformare i civili in esperti di diritto bellico, ma di metterli in condizione di comprendere una verità fondamentale: partecipare alla guerra, anche online, ha conseguenze reali.

La guerra digitale, dunque, non è una guerra “pulita”, né una guerra senza rischi. È una guerra che abbassa le soglie di accesso ma non attenua gli effetti. Riconoscere quando un civile perde la protezione significa restituire concretezza al principio di umanità: proteggere chi non combatte e limitare la violenza, anche quando passa attraverso un cavo o uno schermo.

In definitiva, la questione non è tecnologica, ma profondamente umana. Nel cyberspazio, come sul campo di battaglia, la protezione dei civili dipende dalla chiarezza delle regole, dalla responsabilità degli Stati e dalla consapevolezza delle persone. Senza formazione, senza informazione e senza rispetto dei limiti, la guerra digitale rischia di diventare una guerra contro tutti.

Fonte
Rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa e e di Geneva Academy of International Humanitarian Law and Human Rights dal titolo “International Humanitarian Law and the Growing Involvement of Civilians in Cyber Operations and other Digital Activities during Armed Conflict” (Novembre 2025)

Questo rapporto affronta in profondità il coinvolgimento dei civili nelle operazioni cibernetiche e altre attività digitali durante i conflitti armati, con analisi su protezione dei civili, rischio di perdita di protezione, obblighi dei civili e degli Stati e proposte pratiche per limitare i danni e prevenire violazioni del diritto internazionale umanitario.

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