Nel 1917, un accordo tra i governi britannico e tedesco includeva la malattia del filo spinato tra le condizioni mediche gravi che potevano consentire l’internamento dei prigionieri di guerra in Svizzera o in un altro Paese neutrale. L’espressione cercava di dare un nome agli effetti della lunga prigionia sulla mente.
Il fatto che una condizione prevalentemente psicologica entrasse in un accordo internazionale sui prigionieri dimostra l’inizio di un progressivo ampliamento della nozione di tutela della persona. Non bastava più guardare soltanto a amputazioni, ferite o malattie organiche: cominciava a essere riconosciuta anche la sofferenza mentale prodotta dalla cattività (nel successivo accordo franco-tedesco del 1918 comparve infatti la psychasténie des prisonniers; questa terminologia arrivò poi anche nel sistema della Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra).
Questo episodio, ricordato in Mental Health and Armed Conflict dell’International Review of the Red Cross, aiuta a leggere il filo che unisce i suoi contributi. La guerra agisce sulla salute mentale degli individui, sulle relazioni familiari e sulla vita delle comunità. Comprenderne gli effetti significa interrogarsi tanto sulle cure quanto sulle regole che dovrebbero prevenire e limitare la sofferenza.
Il danno può nascere da una violenza precisa oppure accumularsi nel tempo. Bombardamenti ripetuti, lutti, separazioni, spostamenti forzati e perdita dei mezzi di sostentamento si sovrappongono. Una nuova minaccia raggiunge persone che stanno già cercando di sopportare le precedenti. Il danno mentale cumulativo è uno dei temi centrali del fascicolo: invita a considerare ciò che una lettura del conflitto per singoli episodi rischia di lasciare fuori. Anche l’incertezza sulla sorte di un familiare scomparso o l’interruzione di cure già necessarie possono prolungare la sofferenza.
Su questo terreno emerge il significato concreto del principio di umanità. Il diritto internazionale umanitario tutela persone la cui integrità comprende anche la dimensione psichica. Il trattamento umano dovuto a chi non partecipa, o non partecipa più, alle ostilità si esprime nei divieti di tortura, trattamenti crudeli e oltraggi alla dignità. La sofferenza mentale può essere sufficiente a integrare queste violazioni, secondo i rispettivi requisiti giuridici. È inoltre vietato compiere atti o minacce di violenza il cui scopo principale sia diffondere il terrore tra la popolazione civile.
La protezione passa anche dai limiti posti alla condotta delle ostilità. Il principio di distinzione impone di distinguere la popolazione e i beni civili dagli obiettivi militari: gli attacchi devono essere diretti contro obiettivi militari e quelli indiscriminati sono vietati. A questo si accompagna la limitazione dei mezzi e dei metodi di guerra, compreso il divieto di armi di natura tale da causare mali superflui o sofferenze inutili. Il fascicolo richiama questi fondamenti e ne esplora il rapporto con una comprensione più ampia del danno alla persona.
Una parte importante del dibattito riguarda la proporzionalità. Un attacco è vietato quando ci si attende che provochi incidentalmente morti o lesioni tra i civili, oppure danni a beni civili, eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto. Diversi autori sostengono che, nel valutare le lesioni ai civili, debba essere considerato anche il danno mentale. Restano discusse la sua delimitazione, la prevedibilità e la possibilità di attribuirlo a un attacco o a una successione di operazioni. La difficoltà è evidente: la sofferenza vissuta dalle persone può svilupparsi attraverso eventi che la valutazione giuridica esamina separatamente.
A questa riflessione si lega il dovere di precauzione, insieme all’obbligo di prestare costante attenzione a risparmiare la popolazione civile durante le operazioni militari. Gli studi discutono come tradurli in pianificazione, formazione e scelte operative capaci di considerare anche le conseguenze psicologiche. Ne emerge un’esigenza: conoscere meglio la popolazione esposta, le condizioni in cui vive e i danni già subiti. Le prospettive di genere e l’attenzione alle culture locali aiutano a evitare che esperienze diverse vengano ricondotte a un unico modello di sofferenza.
L’altro versante è la protezione dei feriti, dei malati e delle cure. La definizione di feriti e malati comprende anche persone che necessitano di assistenza per disturbi mentali e si astengono da atti di ostilità. L’assistenza deve rispondere ai bisogni medici senza discriminazioni sfavorevoli. Anche chi aveva una patologia prima del conflitto può trovarsi privato del trattamento. Il rispetto del personale e delle strutture sanitarie permette di mantenere questa continuità; alcuni contributi propongono inoltre di interpretare più ampiamente la protezione dei sanitari per affrontare il danno psicologico subito nel loro lavoro.
Gli studi sul campo mostrano la distanza che può rimanere tra protezione riconosciuta e aiuto ricevuto.
Nel nord dell’Iraq, una ricerca su trenta giovani yazidi già associati a gruppi armati dopo essere stati rapiti da bambini rileva che il 70% non aveva ricevuto assistenza per la salute mentale dalla prigionia in poi. Il dato riguarda quel campione, ma rende concreta una carenza: il ritorno alla comunità può lasciare ancora aperti bisogni di cura e reinserimento. Tra gli ostacoli descritti figurano scarsità di risorse, difficoltà logistiche e servizi poco adeguati alle esigenze di questi ragazzi.
In Siria, i programmi Sawa e Sanadi lavorano rispettivamente con bambini e adolescenti e con gli adulti che se ne prendono cura. Le esperienze raccolte raccontano cambiamenti nella gestione delle emozioni, nell’ascolto e nelle relazioni familiari. Il sostegno agli adulti contribuisce a ricostruire un ambiente più sicuro anche per i figli. L’idea attraversa diversi contributi: la salute mentale dipende anche dalla possibilità di ritrovare relazioni affidabili, appartenenza e un ruolo nella vita quotidiana.
In Armenia, un programma comunitario avviato nel 2021 aveva raggiunto, al momento dello studio, oltre 6.000 persone in più di cento comunità, comprese popolazioni colpite dal conflitto del Karabakh. Una ricerca su 341 partecipanti suggerisce benefici nella capacità di affrontare le difficoltà, pur con limiti che impediscono di attribuire con certezza tutti i risultati all’intervento. Anche le esperienze di reintegrazione di donne e bambini rimpatriati in Asia centrale mostrano l’importanza di unire sostegno psicologico, tutela dei legami familiari, soluzione dei problemi amministrativi e contrasto allo stigma.
L’accesso deve tenere conto delle persone che rischiano di rimanere ai margini. I contributi sulle disabilità descrivono ostacoli alla fuga, perdita dell’assistenza e barriere fisiche o comunicative nei servizi. Quelli sui sopravvissuti maschi alla violenza sessuale mostrano il peso dello stigma e delle aspettative sociali nel chiedere aiuto. Il diritto internazionale dei diritti umani affianca qui il DIU: il diritto alla salute comprende quella mentale e richiede attenzione alla disponibilità, all’accessibilità, all’accettabilità e alla qualità dell’assistenza.
Ma anche chi soccorre va tenuto in considerazione quando si parla di salute mentale. Personale e volontari locali possono sostenere un triplice peso: appartenere alla comunità colpita, lavorare nella violenza e accompagnare quotidianamente il dolore altrui. Le testimonianze descrivono fatica, responsabilità e sofferenza morale. La cura di chi aiuta richiede una responsabilità organizzativa: supervisione, sostegno tra colleghi, responsabili preparati e attenzione ai carichi e alle condizioni di lavoro. La capacità individuale di resistere ha bisogno di un contesto che la sostenga.
Rimane infine la questione della durata. Una revisione di 56 studi sugli interventi per bambini, adolescenti e giovani rileva risultati eterogenei e pochi dati oltre i sei mesi. Servono valutazioni migliori, formazione locale e finanziamenti capaci di sostenere servizi continuativi. I contributi sulla diplomazia umanitaria, sulle politiche pubbliche e sulle possibili riparazioni del trauma interrogano lo stesso passaggio: come trasformare il riconoscimento della sofferenza in impegni, risorse e responsabilità concrete.
Dalle prigionie del secolo scorso alle comunità colpite dai conflitti di oggi, proteggere la persona significa prevenire le sofferenze evitabili, garantire le cure e accompagnarla nella ricostruzione della propria vita. Il rispetto del diritto internazionale umanitario e la continuità dell’assistenza danno concretezza alla stessa responsabilità: custodire la dignità umana, anche quando i combattimenti sono finiti. Le ferite della mente richiedono ascolto, riconoscimento e tempo. Prendersene cura significa aiutare le persone a ritrovare fiducia, legami e la possibilità di immaginare un futuro.
Fonte
International Review of the Red Cross, Mental Health and Armed Conflict , vol. 108, n. 932, agosto 2026
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